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I rischi di una farmacologia contro Natura

Gli esiti fatali di una sperimentazione clinica ci fanno riflettere sull'importanza di agire “secondo Natura” su dolore e infiammazione.

I rischi di una farmacologia contro Natura

I fatti. 128 volontari sani tra i 18 e i 55 anni vengono arruolati in uno studio clinico per testare la sicurezza di un nuovo farmaco per  il dolore cronico. I primi sei partecipanti, cui vengono somministrate dosi maggiori della molecola, vengono ricoverati in gravissime condizioni per lesioni cerebrali. Uno di questi muore.

 

Il farmaco in questione è un inibitore selettivo della FAAH, cioè l’enzima che catabolizza (distrugge) gli endocannabinoidi. E’ stato ampiamente dimostrato infatti che queste sostanze endogene (es. PEA, palmitoiletanolamide) vengono prodotte naturalmente dall’organismo per controllare l’infiammazione, il dolore e il prurito. E poiché, come avviene per tutte le sostanze prodotte dall’organismo, accanto ai sistemi di produzione esistono anche quelli che servono alla loro distruzione, per aumentare a scopo terapeutico i livelli di endocannabinoidi è possibile agire in due differenti modi:

  1. somministrarli per via esogena;
  2. ostacolarne (inibirne) le vie enzimatiche con cui l’organismo li degrada.

Lo scopo è lo stesso (alzare i livelli di endocannabinoidi), ma il meccanismo e, soprattutto, le conseguenze possono essere molto diverse.

 

Con il primo metodo si agisce favorendo un meccanismo naturale, senza alterare alcun sistema di sintesi né di degradazione. Una strategia cioè “secondo Natura”, volta a potenziare dall’esterno ciò che l’organismo è già in grado di fare. Prova ne è il fatto che da molti anni la PEA, sia nella sua forma naturale che in quella micronizzata o ultra-micronizzata, viene somministrata per via dietetica sia all’uomo che agli animali da compagnia, senza alcun effetto collaterale serio.

 

Il secondo metodo invece prevede la somministrazione di una sostanza completamente estranea all’organismo in grado di bloccare in maniera indiscriminata un meccanismo naturale (la degradazione degli endocannabinoidi), il cui significato e la cui portata non sono stati ancora completamente chiariti. Già in passato, si era dimostrato che un inibitore selettivo della FAAH provoca fenomeni infiammatori e morte cerebrale negli animali da laboratorio. Passando alla fase sperimentale sull’uomo, evidentemente si è sottovalutato il rischio con le conseguenze sopra descritte.

 

Questo tragico evento ci dà dunque l’occasione per riflettere sui gravi rischi che si corrono quando si vuole “aggirare” la Natura. Usare cioè una farmacologia che disequilibra “a gamba tesa” e  in maniera artificiale un sistema tanto delicato quanto importante come quello degli endocannabinoidi; anziché rifornire l’organismo di quel surplus di bioregolatori endogeni come la PEA, di cui fisiologicamente tutti noi (uomini e animali) ci serviamo per sconfiggere dolore e infiammazione.  

 

Butler D, Callaway E. Scientists in the dark after fatal French clinical trial. Nature 2016; 529: 263-264

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